Il nuovo paradigma del rischio catastrofale

Dall’assistenza ex post all’assicurazione obbligatoria: il modello italiano che riduce il protection gap e rafforza la resilienza.
Il nuovo paradigma del rischio catastrofale

Articolo a cura di Salvatore Iannitti, Partner, Norton Rose Fulbright e Laura Bonato, Associate, Norton Rose Fulbright

Negli ultimi anni, l’Europa ha vissuto un susseguirsi di eventi naturali estremi che hanno rimesso in discussione il tradizionale approccio alla gestione del rischio. I report pubblicati da EIOPA e dalla Banca Centrale Europea tra il 2023 e il 2024 hanno posto in evidenza una criticità ormai strutturale: il protection gap, ossia la distanza tra i danni economici provocati dalle calamità e la quota effettivamente coperta da assicurazioni. È un divario che, in Italia come in gran parte d’Europa, continua ad amplificare la vulnerabilità del sistema produttivo e a mettere sotto pressione le finanze pubbliche.

In questo scenario, l’Italia ha intrapreso un percorso riformatore di portata storica, che segna il passaggio da una logica di assistenza post-evento a una vera e propria politica pubblica del rischio. Con la legge di bilancio n. 213 del 30 dicembre 2023 (art. 1, commi 101–112), il legislatore ha introdotto l’obbligo per tutte le imprese industriali e commerciali, con sede od organizzazione in Italia, di assicurarsi contro i danni derivanti da calamità naturali.

Per la prima volta, la tutela contro i rischi catastrofali non è più affidata alla discrezionalità dei singoli o agli interventi emergenziali dello Stato, ma diventa un pilastro strutturale dell’economia nazionale. 

Un obbligo che crea valore

Per decenni, il sistema italiano ha reagito alle catastrofi secondo una logica ex post: interventi pubblici straordinari, fondi emergenziali, decreti d’urgenza. Un modello solidaristico ma inefficiente, che ha alimentato l’attesa di soccorsi statali e rallentato la ricostruzione. La riforma del 2023, invece, inverte la prospettiva: non più l’aiuto dopo il disastro, ma la mutualizzazione preventiva del rischio, fondata sul principio di responsabilità condivisa.

Come ha sottolineato il Presidente dell’IVASS nella Relazione annuale 2024, l’elevata esposizione dell’Italia a rischi fisici – sismici, idrogeologici e meteorologici – “può generare problemi di stabilità finanziaria, richiedendo l’individuazione di strumenti di mitigazione e trasferimento del rischio, primi tra i quali le assicurazioni”.

La nuova disciplina, dunque, non impone solo un “adempimento”, ma promuove un cambio di paradigma: l’assicurazione diventa una leva di resilienza, un’infrastruttura economica che tutela il capitale, garantisce la continuità operativa e accelera la ripartenza. 

È difatti il nuovo sistema, nella sua combinazione di pubblico e privato, a porre in essere uno strumento volto ad accantonare le risorse necessarie alla ricostruzione (attraverso i premi raccolti e le riserve tecniche delle compagnie), senza fare affidamento sulle risorse pubbliche, come disponibili nel momento del disastro. In tal modo, il peso economico delle calamità non grava più sul bilancio dello Stato né è condizionato dall’andamento dei conti pubblici o dalle decisioni politiche del momento. Al contrario, le finanze pubbliche restano disponibili per investimenti strutturali e interventi di prevenzione.

Il principio mutualistico e la sfida culturale

Resta però una sfida non meno importante: quella culturale. La propensione assicurativa in Italia è ancora fragile. Molte imprese considerano la copertura un costo anziché un investimento. 

Eppure, i numeri parlano chiaro. Secondo ANIA, oltre il 70% del territorio nazionale è esposto a rischi sismici o idrogeologici, e le stime di Teleborsa mostrano che, negli ultimi cinquant’anni, gli eventi naturali estremi hanno provocato danni diretti per 253 miliardi di euro. Le proiezioni per il futuro sono ancora più allarmanti: entro il 2075, il conto economico delle catastrofi potrebbe quasi triplicare, raggiungendo i 590 miliardi di euro.

In questo quadro, l’obbligo assicurativo non può essere letto come una nuova tassa, ma come un investimento in stabilità sistemica. Trasferire parte del rischio al mercato assicurativo significa liberare risorse pubbliche, ridurre la vulnerabilità sociale e sostenere la continuità del tessuto produttivo.

Un enforcement fondato sugli incentivi

La peculiarità del modello italiano risiede nell’aver costruito la cogenza dell’obbligo non su sanzioni dirette, ma su meccanismi di incentivo e preclusione. Il comma 102 dell’art. 1 della legge 213/2023 prevede infatti che lo Stato “tenga conto” dell’adempimento assicurativo nella concessione di contributi e agevolazioni finanziarie.

Un’espressione inizialmente generica, resa vincolante grazie all’intervento del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), che – con la FAQ n. 11 del 14 aprile 2025 – ha chiarito che, per quanto riguarda le misure di propria competenza, le imprese inadempienti saranno escluse dagli incentivi ministeriali. Tale orientamento è stato poi formalizzato dal D.M. 18 giugno 2025, che individua undici categorie di agevolazioni per le quali l’assicurazione catastrofale costituisce requisito obbligatorio.

Il principio è destinato a consolidarsi: lo schema del Codice unico degli incentivi (in attuazione dell’articolo 3, commi 1 e 2, lettera b), della legge 160/2023, attualmente in fase di approvazione) prevede espressamente che “è sempre precluso l’accesso alle agevolazioni in caso di inadempimento dell’obbligo di stipula di contratti assicurativi a copertura dei danni catastrofali” (art. 9).
Si delinea così un modello di enforcement selettivo, che lega la conformità assicurativa all’accesso a risorse pubbliche, trasformando la compliance in un vantaggio competitivo.

Le polizze come leva di resilienza

L’assicurazione catastrofale obbligatoria rappresenta quindi il passaggio da una logica di risarcimento a una logica di ripartenza. In un contesto in cui la frequenza e l’intensità degli eventi estremi rendono il rischio sistemico, la copertura diventa uno strumento di stabilizzazione e di governo dell’incertezza.

Le imprese che sapranno cogliere questo cambiamento non solo si adegueranno alla legge, ma investiranno nella propria resilienza operativa, nella capacità di reagire rapidamente agli shock e di mantenere continuità produttiva e reputazionale. In altre parole, l’assicurazione catastrofale si trasforma da voce di spesa a fattore competitivo, da vincolo a leva strategica.

La Legge 18 marzo 2025, n. 40, che introduce la Legge quadro in materia di ricostruzione post-calamità, traduce questa visione in un dispositivo concreto. Per la prima volta, il sistema assicurativo viene chiamato a intervenire subito, prima ancora che il danno sia integralmente accertato. La legge prevede, infatti, una liquidazione anticipata fino al 30% del danno indennizzabile per le imprese che abbiano sottoscritto polizze catastrofali, sulla base di una perizia sommaria. 

In questa architettura, la resilienza non è un concetto astratto ma un processo circolare. A finanziarla sono gli imprenditori, attraverso i premi assicurativi; a governarla sono le compagnie, che ne garantiscono l’attuazione con tempestività e competenza tecnica; a beneficiarne è l’intero sistema economico, che ritrova equilibrio e continuità. L’assicurazione diventa così uno strumento collettivo di stabilità, capace di sostenere non solo la singola impresa danneggiata, ma l’intera filiera produttiva. 

In fondo, la vera innovazione sta proprio qui: la ripartenza non è più un atto isolato, ma diventa un fenomeno sistemico. L’impresa ha interesse a essere indennizzata, certo, ma anche a vedere ripartire il proprio fornitore, il cliente, la comunità economica in cui opera. L’assicurazione catastrofale si afferma così come una vera e propria infrastruttura della ripartenza, dove pubblico e privato concorrono a rendere la ricostruzione più rapida, prevedibile e sostenibile.

Salvatore Iannitti, Partner, Norton Rose Fulbright e Laura Bonato, Associate, Norton Rose Fulbright

Uno sguardo al futuro

È plausibile che, nei prossimi anni, l’obbligo assicurativo venga progressivamente esteso anche ad altri soggetti – incluse le persone fisiche – e ad ulteriori tipologie di eventi catastrofali, in linea con la prospettiva europea di un sistema integrato di protezione dai rischi catastrofali.

In questo scenario, il mercato assicurativo italiano si trova di fronte a una sfida decisiva: dimostrare di saper coniugare sostenibilità tecnica, accessibilità economica e innovazione di prodotto. Perché, come dimostra questa riforma, la gestione del rischio catastrofale non è più una questione emergenziale, ma una componente strutturale della competitività e della sicurezza economica del Paese. 

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