L’accordo tra Stati Uniti e Iran sulla tregua di 60 giorni e la riapertura dello Stretto di Hormuz rappresenta un segnale di distensione per i mercati energetici globali, ma non è sufficiente a riportare rapidamente il sistema economico alla normalità. Tuttavia, secondo Allianz Trade, gli effetti economici della crisi non si esauriranno nel breve periodo e continueranno a pesare su inflazione, consumi e crescita.
La riapertura del canale strategico non implica infatti una ripresa immediata dei flussi di petrolio.
Il raffreddamento delle tensioni contribuirà a stabilizzare il Brent intorno agli 80 dollari al barile nel terzo trimestre 2026, con una successiva discesa a 75 dollari e livelli intorno ai 67 dollari entro il 2027. Tuttavia, il calo dei prezzi non si tradurrà subito in un alleggerimento per famiglie e imprese, perché l’inflazione sconta ancora gli aumenti già avvenuti lungo le filiere produttive.
L’inflazione, infatti, è destinata a salire ancora prima di iniziare una fase di discesa. Negli Stati Uniti potrebbe attestarsi in media al 3,3% nel 2026, mentre nell’Eurozona potrebbe toccare circa il 3,4% nel quarto trimestre.
Europa più vulnerabile rispetto agli Stati Uniti
Il quadro resta inoltre fortemente asimmetrico tra le due sponde dell’Atlantico. Gli Stati Uniti, grazie al ruolo di esportatori netti di energia e alla solidità degli investimenti, risultano più protetti dagli effetti della crisi, mentre l’Europa appare più esposta per via della maggiore dipendenza dalle importazioni energetiche e di margini fiscali più ridotti.
Le famiglie europee continueranno a risentire della pressione sui prezzi, con un impatto diretto sul potere d’acquisto e sui consumi, destinati a rimanere deboli anche nel 2026. Il recupero dei salari reali, secondo le stime, non si concretizzerà prima del 2027, mantenendo la domanda interna su livelli contenuti.
Per le imprese, il calo dell’energia rappresenta un sollievo solo parziale: i settori più energivori potranno beneficiare della riduzione dei costi, ma la debolezza della domanda e la dinamica dei salari continueranno a comprimere i margini. In questo contesto, la capacità di trasferire i costi sui prezzi finali diventa un fattore decisivo di resilienza.
Infine, il report evidenzia le difficoltà delle banche centrali, chiamate a gestire un equilibrio sempre più fragile tra inflazione persistente e rallentamento economico. Non si esclude, in questo scenario, un ulteriore irrigidimento della politica monetaria nel 2026, con il rischio di interventi eccessivi soprattutto in Europa, dove la crescita appare più fragile.
