Rischi geopolitici, 6 italiani su 10 chiedono un ruolo più forte dell’UE su economia, difesa e politica estera

È quanto emerge da una nuova ricerca di Changes Unipol, realizzata con Ipsos, sulle opinioni degli italiani sull’attuale scenario geopolitico ed economico mondiale.
Eiopa, board

In un contesto internazionale segnato da conflitti, tensioni geopolitiche e pressioni economiche, il sentimento prevalente tra gli italiani è quello di una sicurezza sempre più fragile e incerta.

La nuova ricerca Instabilità globale. Europa sotto esame, realizzata da Changes Unipol in collaborazione con Ipsos, evidenzia come 6 italiani su 10 (dato che sale a 7 su 10 tra i Baby Boomers), auspichino un rafforzamento del ruolo dell’Unione Europea, con maggiori poteri decisionali in ambiti strategici come economia, difesa e politica estera.

Una richiesta che non è nata da un sentimento di piena fiducia nell’organismo sovranazionale, ma dalla consapevolezza che, in un contesto globale sempre più complesso, nessun Paese ha potuto affrontare da solo le sfide in atto. Un 36% ha voluto, infatti, una maggiore integrazione tra i Paesi europei; al contrario, il 26% ha preferito riportare maggiore controllo a livello nazionale. Si è trattato di una frattura che ha seguito in parte linee generazionali: le fasce più mature hanno spinto con maggiore decisione verso un’Europa più forte e integrata, mentre le generazioni più giovani sono apparse più orientate a preservare l’attuale equilibrio di poteri, puntando su una cooperazione efficace tra Stati membri.

Nell’attuale contesto internazionale, per il 38% degli italiani l’appartenenza all’UE ha aumentato la vulnerabilità del Paese, mentre solo il 26% ha considerato invece l’Europa una fonte di sicurezza. Il divario è stato particolarmente evidente su tre dimensioni chiave. La percezione di vulnerabilità è cresciuta in modo significativo rispetto al peso e all’influenza dell’Italia sulla scena internazionale, indicata come fattore di sicurezza dal 23% degli italiani a fronte di un 41% che l’ha considerata invece una criticità. Una dinamica analoga è emersa sul piano della stabilità economica, dove il 24% ha riconosciuto un ruolo protettivo all’Unione Europea, mentre il 40% ne ha evidenziato i limiti. Infine, il 41% degli italiani ha evidenziato vulnerabilità rispetto agli approvvigionamenti di energia, gas e materie prime, rispetto a un 27% che ha rimarcato l’appartenenza all’UE come fattore di sicurezza.

Opinioni che si sono divise in base alle generazioni: i Baby Boomer sono stati la generazione che ha visto l’UE più come elemento di sicurezza, soprattutto per la gestione di crisi sanitarie globali (34%) e nel conferire peso all’Italia sulla scena internazionale (28%); al contrario, la Generazione X l’ha percepita maggiormente come fonte di vulnerabilità, anzitutto per gli approvvigionamenti di energia e materie prime (44%).

Questa percezione non si è tradotta però in un rifiuto del progetto europeo, quanto piuttosto in una richiesta di evoluzione verso un’Europa meno esposta e più autonoma, meno dipendente e più capace di agire. Non a caso, la priorità indicata trasversalmente a tutte le età con maggiore chiarezza dal 41% degli italiani ha riguardato il rafforzamento dell’autonomia strategica dell’Unione, in particolare su energia, materie prime e farmaci. Nelle aree metropolitane, il 31% ha segnalato anche la necessità di rafforzare la competitività economica europea rispetto a Stati Uniti e Cina.

A orientare la percezione di vulnerabilità sono state soprattutto le preoccupazioni economiche: il caro vita è emerso come il principale fattore di inquietudine, indicato dal 71% degli italiani. Un dato che ha attraversato tutte le fasce d’età — dal 61% della Generazione Z all’82% dei Baby Boomer — e che ha reso tangibile l’impatto delle dinamiche globali sulle scelte e sulle prospettive individuali. Accanto a questa preoccupazione condivisa, si sono delineati timori specifici legati alle diverse fasi della vita. Il 30% della Gen Z e il 29% dei Baby Boomer hanno temuto un aumento delle tensioni sociali, segnale di una percezione diffusa di possibile instabilità interna. I Baby Boomer hanno espresso, inoltre, una maggiore sensibilità verso rischi come gli attentati terroristici, che hanno preoccupato il 40% di loro; la perdita di valore di risparmi e investimenti, indicata dal 35%; e l’aumento dei flussi migratori, segnalato dal 30%. È emerso, al quarto posto, il timore legato alle limitazioni della libertà di viaggiare e spostarsi, che ha riguardato il 27% degli italiani e si è distribuito in modo piuttosto uniforme tra le diverse generazioni.

Dall’indagine è emerso poi che quasi la metà degli italiani non si è sentita al sicuro in Italia e in Europa, un dato che ha segnato una distanza crescente rispetto a un passato recente percepito come più stabile. L’insicurezza si è amplificata ulteriormente quando lo sguardo si è spostato oltre i confini europei: 8 italiani su 10 hanno affermato di non essersi sentiti sicuri nei Paesi extraeuropei. All’interno di questo quadro, il tema della sicurezza non è stato percepito in modo uniforme. I Baby Boomer hanno rappresentato la fascia più esposta al senso di vulnerabilità, per cui il 49% ha dichiarato di essersi sentito meno sicuro in Italia rispetto al passato e la percezione di insicurezza ha raggiunto il 91% quando è stato considerato il contesto globale.

Di segno opposto è stata la visione delle generazioni più giovani. Il 60% della Gen Z ha affermato di essersi sentito sicuro in Italia e il 27% ha esteso questa percezione anche allo scenario internazionale. Più che una semplice differenza anagrafica, è emersa una diversa chiave di lettura del presente: da un lato chi ha percepito una perdita di stabilità rispetto a un equilibrio conosciuto, dall’altro chi si è mosso con maggiore familiarità all’interno di un contesto che è sempre stato percepito come fluido.

In un contesto in cui i riferimenti globali sono apparsi più incerti, la fiducia ha teso a concentrarsi su ciò che è stato percepito come vicino e concreto. 6 italiani su 10 hanno indicato nella Protezione Civile e nelle Forze dell’Ordine i principali punti di riferimento in situazioni di crisi, a conferma del valore attribuito a presidi operativi e tangibili. Accanto a questa dimensione di prossimità, si è affiancata una fiducia selettiva verso gli attori istituzionali sovranazionali. Il 45% degli italiani ha dichiarato che si sarebbe affidato alla NATO, una quota che è salita al 50% tra i più giovani, mentre circa 4 italiani su 10 hanno riposto fiducia nello Stato italiano, nell’Unione Europea e nelle autorità locali. Un equilibrio che ha riflesso la ricerca di protezione su più livelli, ma senza un punto di riferimento univoco.

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