mondo digitale

L’intelligenza artificiale negli ultimi tempi è finita sul banco degli imputati. Dopo la moratoria richiesta da mille accademici e imprenditori capitanati da Elon Musk, pochi giorni fa è arrivato anche l’alert di Geoffrey Hinton considerato il “padrino” di questa tecnologia. Lasciando il suo incarico in Google, Hinton si è detto preoccupato dei potenziali rischi che potrebbe comportare l’ulteriore sviluppo dell’IA. Un mercato che secondo MarketsandMarkets raggiungerà un valore globale di 309.6 miliardi di dollari entro il 2026, con un Cagr (tasso annuo di crescita composto) di circa il 40% tra il 2021 e il 2026 e che solo in Italia ha raggiunto i 500 milioni di euro nel 2022 (dati Osservatorio “Artificial Intelligence” del Politecnico di Milano).

IA, un processo ormai irrefrenabile

Maria Enrica Angelone, ceo dell’insurtech Wallife, ha ben presente i rischi che questa tecnologia comporta ma non condivide l’appello ad interrompere la sperimentazione dell’IA. “È un processo ormai avviato e irrefrenabile, l’innovazione non si può fermare. Si può gestire, arrivare ad un percorso condiviso e magari più sicuro per gli utenti in particolare per le categorie più fragili, però frenarlo sarebbe controproducente quindi dobbiamo imparare a gestire i rischi, studiarli e capire come eventualmente mitigarli”. Tra i rischi già attuali c’è l’uso dell’IA nelle attività di phishing e frode digitale con un aumento della conversion rate, ovvero della riuscita dell’attacco, rispettivamente del 135% e del 50%. Addirittura negli Stati Uniti lo scorso anno sono stati rubati alle aziende 11 milioni di dollari sfruttando la clonazione vocale abilitata dall’intelligenza artificiale. “L’IA – spiega Angelone – sicuramente aumenterà la possibilità che gli attacchi siano più vero simili, utilizzando il nostro linguaggio prendendolo da Facebook, LinkedIn, da tutte le nostre interazioni digitali. Questo è sicuramente un rischio che vediamo e che anzi stiamo già studiando”.

Metaverso, i rischi connessi

Un’altra delle tecnologie in rampa di lancio, seppur messa in ombra dall’arrivo di Chat Gpt, è il metaverso. Anche in questo caso le compagnie hanno cominciato da poco le sperimentazioni. Wallife è stata tra le prime insurtech ad utilizzarlo, inaugurando nell’estate 2022 il primo cda nel mondo virtuale. E ne conosce bene i rischi. “Due sono le aree di interesse del Metaverso – afferma Angelone – una è la protezione dell’account e l’altra è la protezione dei valori all’interno dei wallet. Su questo stiamo portando avanti delle esplorazioni, anche con dei partner perché sono ambiti etimologici abbastanza complessi. Con Deloitte stiamo esplorando la parte degli asset digitali presenti nei wallet mentre la parte dell’identità digitale è un percorso che avevamo già avviato e che stiamo portando avanti anche in ambito Metaverso. Come cambierà? Avremo più oggetti e più asset legati alla nostra identità digitale, crediamo che non saranno a rischio solo nomi e cognomi e i dati personali ma anche i nostri asset: monete digitali e tutto ciò che è collegato al mondo dei wallet”.

Educazione al rischio fondamentale

Va da sé che per fronteggiare questi rischi digitali non bastano le sole soluzioni assicurative. Serve operare anche in fase di prevenzione. E qui la parte di education gioca un ruolo di primissimo piano. A confermarlo è Angelone: “L’identità digitale spesso viene compromessa dai nostri stessi comportamenti. L’education in questo caso è fondamentale. Come Wallife abbiamo realizzato un’app che aumenta la sicurezza dei nostri device. Si può scaricare da tutti gli store digitali ed è disponibile in free trial per tre mesi. La tecnologia però arriva fino ad un certo punto poi entra in gioco la componente umana e qui bisogna portare avanti educazione e sensibilizzazione. Nella nostra app abbiamo una serie di contenuti anche divertenti e di tips in cui coinvolgiamo l’utente e lo aiutiamo a rendersi conto dei rischi. L’education passa attraverso anche l’engagement con l’utente, con una serie di contenuti video, pillole e tra un po’ anche un gaming in modo molto coinvolgente e divertente e poco invadente ma che poi alla fine aiuta a sensibilizzare, soprattutto per quelle categorie più fragili, in particolare le categorie tra i 18 e 34 anni. Sono loro che hanno avuto la maggior parte delle violazioni digitali, perché sono coloro che si espongono di più, utilizzano di più i social e magari sono meno smaliziati. Per questo stiamo pensando nei prossimi mesi di lanciare delle campagne per i giovani, per aiutarli ad essere più attenti perché oltre al rischio di vedersi l’identità digitale compromessa c’è anche maggior probabilità di essere attaccati da cyberbullismo e violenza digitale” conclude Angelone.

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Andrea Turco

È il Direttore Responsabile di Insurzine.