welfare aziendale

Welfare Aziendale e i Broker.

Ormai negli ultimi tempi non si parla di altro: Welfare, Welfare Aziendale Integrato, piattaforme per Aziende. Fino a qualche anno fa era un’innovazione, una strada per modernizzare il secondo livello di contrattazione, magari a qualcuno poteva addirittura sembrare un esperimento. Oggi è sempre di più una realtà: il welfare aziendale prende piede nelle imprese, spinto dalle politiche di detassazione e in particolare dalla Legge di stabilità 2017.

Lo dimostrano, tanto per cominciare, i dati del ministero del Lavoro aggiornati alla metà di ottobre 2017: le intese attive, aziendali o territoriali, che prevedono misure dall’assistenza alla previdenza complementare, dal tempo libero all’istruzione dei figli, hanno raggiunto quota 4.333, il 7,6% in più rispetto alla precedente rilevazione, risalente a metà settembre. Dall’avvio della procedura per il deposito telematico dei contratti aziendali e territoriali (fondamentale per beneficiare della detassazione al 10% o della completa esenzione fiscale in caso di conversione delle somme incentivanti in misure di welfare) si sono contate 26.357 dichiarazioni di conformità. Le dichiarazioni che si riferiscono a contratti tuttora attivi sono arrivate a 13.687, con un valore medio del premio di poco superiore ai 2mila euro.

Il fenomeno è “esplosivo” e ne conseguono una strutturazione sempre più articolata dell’offerta (le società che forniscono servizi di welfare aziendale) e una consapevolezza sempre maggiore da parte della domanda (le aziende che li acquistano). Insomma, il fenomeno cresce spinto anche dai media che stanno dando risalto al fenomeno e ai consulenti che stanno girando in lungo e in largo la penisola alla ricerca di aziende disposte ad applicare un importante strumento. Tutto ciò è splendidamente un occasione anche per i broker, quei broker che usano il welfare aziendale integrato per entrare in azienda e fare consulenza. La consulenza a 360 gradi. Va rilevato comunque per le aziende che è sempre importante non perdere la loro libertà nel scegliere un consulente per una materia così delicata e un consulente per i propri rischi. Mi spiego meglio. Ritengo che la vera professionalità e libertà da trasmettere alle aziende è di avere piattaforme da sottoporre agli stessi clienti che non siano gestite in prima persona dal broker. Un broker dovrebbe fare delle partnership strategiche con società di consulenza che hanno ovviamente le piattaforme di gestione del welfare integrato, ma sempre in modo libero e svincolato dal loro principale core business che non dimentichiamo è l’analisi del rischio.

La famosa frase ad ognuno il proprio lavoro, ha un senso, e oggi ancor più di ieri in questo settore.

Per monitorare queste dinamiche Assolombarda ad aprile scorso ha istituito, insieme con i maggiori player di mercato, un Osservatorio sul welfare. Dalle prime rilevazioni risulta che oggi il 52% delle associate ha già un piano attivo, mentre sette anni fa il dato era fermo al 35 per cento. Un altro 4% di aziende sta pensando di attivare servizi di questo tipo. Se si considerano gli accordi di secondo livello stipulati tra il 2016 e il 2017, in Lombardia c’è un tasso di presenza di elementi di welfare aziendale pari al 57% contro il 32% del dato italiano. Chi sceglie il welfare aziendale, prima “studia”. Secondo Od&m Consulting, società di Gi Group, sempre più analisi di fattibilità precedono la progettazione di piani di welfare (avviene in sei imprese su dieci) e quasi il 43% delle imprese utilizza il premio di risultato, oltre a investimenti ad hoc, per finanziarli. Cambia, di conseguenza, la percezione dei dipendenti e «si viene a creare così – commenta l’ad di Od&m Consulting Simonetta Cavasin – un circolo virtuoso che, se ben gestito, avvalora ulteriormente l’approccio integrato che l’azienda dovrebbe adottare nell’utilizzare tutte le leve che ha a disposizione per gestire al meglio il proprio organico». Il giudizio dei lavoratori tende a essere più che positivo. Secondo un’analisi commissionata a Doxa da Edenred, il 62% dei dipendenti si esprime favorevolmente a proposito dell’implementazione di programmi di welfare nella propria azienda. Tra i servizi ritenuti più interessanti dai dipendenti risultano le agevolazioni commerciali e i buoni spesa (90%), la flessibilità dell’orario e dell’organizzazione del lavoro (88%) e il welfare contrattuale (84%), con una prevalenza, in quest’ultima macro-categoria della copertura sanitaria estesa anche ai familiari con il 55 per cento. Seguono i servizi ai figli dei dipendenti (82%) e i servizi alla persona e ai familiari con il 76 per cento. Da sottolineare come i maggiori trend positivi riguardano alcune prestazioni che stanno crescendo in modo esponenziale nel tempo quali: i servizi per i figli dei dipendenti, oggi al 45% (erano tra il 3 e 5% nel 2013) e che prevedono l’acquisto dei libri scolastici, il pagamento delle rette scolastiche e i servizi di orientamento al lavoro, per esempio.

Ottimo anche il sentiment delle Pmi che, sempre secondo lo stesso studio, nel 78% dei casi considera il welfare un’opportunità. «I due elementi critici per la diffusione nella piccola e media impresa – spiega l’ad di Edenred Italia, Andrea Keller – erano la complessità fiscale e la carenza informativa. Le Pmi non erano al corrente delle possibilità offerte dal welfare aziendale, mentre oggi lo sono di più. Il quadro normativo, tuttavia, può migliorare ancora». Tra i prodotti più “gettonati” dalle aziende che percorrono la strada del welfare aziendale ci sono in ultimo i buoni pasto. Una ricerca di Sodexo, realizzata sempre i collaborazione con Doxa, mostra un aumento del 77% negli ultimi sette anni delle Pmi e delle grandi aziende che somministrano buoni pasto: le imprese che elargiscono questo genere di benefit sono passate dalle 42.566 del 2010 alle 75.450 del 2017.

Mirko Odepemko

 

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